lunedì 15 aprile 2013


Sveglia sveglia si va a Drigung Til (nome degno di Harry Potter). Escursione di due giorni con pernottamento in un villaggio racchiuso tra le montagne a 4300m, famoso per le sue sacre acque termali, che si ritiene abbiano un potere curativo.

Questa volta è Marchetto a non sentirsi troppo bene, ma decide comunque di non lasciarsi sfuggire l’escursione (e di non prendere il Diamox).
Ci rimettiamo in viaggio di nuovo lungo la valle del fiume, ma in direzione opposto al lago Yamdrok. Il paesaggio scorre arido e brullo, interrotto solo dalla miriade di serre indispensabile a far crescere qualcosa su un terreno del genere.
Dopo circa un’ora raggiungiamo una vera e propria oasi verde e ci fermiamo per qualche foto. Yak, cavalli e una miriade di maialini scorrazzano per il manto muschioso. Bisogna ammettere che anche i maialini sono divertentissimi e soprattutto molto più agili di quanto uno possa immaginare! (ho come un deja vu di quello che sto scrivendo.. mah!)

ECCO ECCO, LO SAPEVO CHE NON POTEVO ESSERE COSì RINCOGLIONITA! Avevo già scritto queste cose sulla mia agenda! Bene, riparto copiando quello che ho scritto su carta, ovvero le sensazioni del momento.

“Diamox e Rhodiola sono ormai parte integrante della mia dieta.

Viaggiamo lungo la valle di un fiume che in questa stagione è meglio definibile RUSCELLO. Tutto è arido e secco, tranne una piccola oasi verde in cui ci fermiamo a fare delle foto. Qui scopriamo che anche i maialini sono animali buffissimi! E soprattutto molto più veloci e agili di quanto ci si possa aspettare.

Salutiamo maiali, yak e cavalli e ripartiamo.
Man mano che ci allontaniamo da Lhasa aumentano i controlli militari (ho già detto che in città sono ovunque? Strade, tetti, monasteri… ) e diminuisce l’asfalto. Ma il nostro fidato Yak si dimostra un rallysta provetto, che sembra proprio provare gusto e divertimento nelle pessime condizioni della strada!
Dopo qualche ora di guida e un migliaio di buche avvistiamo il monastero: arroccato sul pendio della montagna, circondati dagli alloggi dei monaci, sovrasta la piccola cittadina che occupa la vallata. Cominciamo a salire: 4600m.
La prima visione che ci appare è quella di un monaco che, tunica alzata, tutto sorridente ci saluta mentre fa la pipì. Welcome to Drigung Til!

È ora di pranzo, entriamo nel ristorante del monastero e come fossimo gli spiriti dei protettori reincarnatisi in una strana forma umana, tutti cominciano a fissarci, rapiti dai nostri strani tratti somatici. G. ci dice che non sono molti i turisti da quelle parti.
Ci sediamo intorno a uno dei tavoli più sporchi che abbiamo incontrato lungo il nostro pellegrinaggio e ordiniamo. Guess what? Riso, patate e carne di yak.


 Tra il fumo della stufa e quello delle sigarette l’aria è pressochè irrespirabile, ma il momento è bellissimo, estemporaneo. Parliamo sottovoce, stando attenti alle parole che pronunciamo: G. teme che possano esserci delle spie governative. Ci dice che capita spesso.
Dopo aver goduto appieno del momento, cominciamo la visita del monastero. La cosa che mi colpisce di più, e che più mi ha fatto ridere, è che ogni monaco è dotato di smartphone! Fantastico! L’avreste mai detto?
Più ci avventuriamo tra le sale, più prendono forma le regole del nostro gioco di ruolo. Che geni del male che siamo!


Visitate tutte le stanze, ci dirigiamo al sito dello sky burial, il funerale del cielo tibetano. È da quando Nicko me ne ha parlato che aspetto questo momento. Peccato solo i 30 minuti di salita per raggiungerlo! Facca… non mi sono mai sentita così stanca. Che poi non è nemmeno tanto la stanchezza a frenarmi, quanto la necessità di fermarmi per rallentare il mio battito cardiaco ogni pochi passi. Ogni minimo sforzo a quota 4600m mi fa battere il cuore a mille, sembra che stia per esplodermi dentro il petto da un momento all’altro!


Passo dopo passo, sosta dopo sosta, arriviamo al sito. Circondato da una rete per tenere lontani gli animali (che comunque si cibano dei resti portati in giro dagli avvolti), un cerchio di pietra e alcuni uomini. Impossibile fare foto qui, altrimenti gli spiriti si spaventerebbero. Poco prima, mentre eravamo ancora al monastero, G. ci aveva indicato alcune casse contenenti i corpi dei defunti, pronti per la sepoltura. Inoltre ci ha spiegato che le famiglie non possono assistere al rito, altrimenti lo spirito del proprio caro li avrebbe seguiti fino a casa, diventando così un fantasma costretto a vagare per la Terra.

Torniamo al cerchio di pietra. Prima ancora di poterne vedere l’interno, ci assale l’odore rancido dei cadaveri smaciullati. Al centro dei sassi, piccoli pezzi di carne vengono mangiati da uno stormo di corvi neri come l’ebano. Hanno un che di tetro. Gli avvoltoi sono già sazi; così sazi da non riuscire a volare: se ne stanno lì, immobili e inquietanti ad aspettare il prossimo pasto, all’alba della mattina seguente.
Sono troppo ipnotizzata dal momento per chiedere a G. perché un uomo stia praticando dei fori su un teschio già perfettamente svuotato.

Proseguiamo il cammino lungo la rete costeggiata da stupa e bandiere colorate. Il luogo è sacro, lo si percepisce concretamente nell’aria che si respira. Il defunto viene mangiato, per ripagare le vite degli animali di cui egli stesso si è nutrito. E poi viene portato in alto, in cielo, vicino agli spiriti del protettori.

La riflessione spirituale viene interrotta da una scenetta alquanto comica: dei monaci sorridenti cercano di spingere un trattore che non ne vuole sapere di proseguire la salita per la montagna. Basta un cenno e i nostri uomini si attivano: G., lo Yak, Andrea e Marchetto danno una mano a spingere il trattore che trasporta le pietre per la sepoltura dei nuovi corpi. Tornano impregnati dell’odore di cadavere. Che gioia.


Continuiamo la discesa per l’impervio sentiero che ci riporta al monastero e incontriamo un militare che ricorda a G. che deve registrare la presenza degli stranieri.

G. e lo Yak cominciano a rincorrersi come bambini. “And then you say you are too old to play football!!”. Ci seminano e tentano l’agguato: vediamo le scarpe di G. spuntare da un angolo buio alla fine di una serie di campane e decidiamo di stare al gioco. Come previsto, non appena a portata di spavento, salta fuori urlando! “Fortuna che avevi detto di stare seri in presenza dei defunti!!” Il migliore.. ce ne andiamo ridendo, lui non riesce a trattenersi ed è costretto a coprirsi la faccia per non essere troppo insolente. “It’s my nature!”. Che personaggio.

“Ma il meglio deve ancora arrivare..”
Scendiamo verso il villaggio di Tidrum, dove passeremo la notte. Superiamo una cascata ghiacciata e parcheggiamo la 4x4. Da qui si prosegue solo a piedi. La discesa, zaini in spalla, è da ridere, per non piangere. Siamo scesi a 4300m, ma la fatica è sempre la stessa.
Man mano che scendiamo per il sentiero, ci immergiamo nella povertà più totale di un villaggio che non ha nemmeno l’acqua corrente, se non una fontanella che tira su l’acqua del torrente. Nota dolente: cacca ovunque! Di cane, cavallo, yak, uomo.. nauseante. Le case sono sprovviste di bagno e le latrine comuni sono terribili. Di nuovo, meglio “in the nature”. Peccato che il loro “in the nature” sia ovunque e indiscriminatamente. Non facciamo in tempo a lasciare le borse nella nostra stanza (una camera da 5 nella guesthouse più nuova del villaggio) che ci imbattiamo nelle chiappe di una monaca pronta ad espletare le proprie funzioni in mezzo alla “strada”. Qui funziona così..

Difetti a parte, il villaggio è a dir poco pittoresco: incastonato tra due montagne, sovrastato dalle preghiere scritte sulle bandiere colorate e costruito lungo un ruscello le cui acque fanno girare delle campane sacre, dando vita a una preghiera perenne. La cosa che più colpisce del Tibet è questa: un popolo intero che prega senza sosta, durante ogni atto della propria vita. Il mormorio incessante stordisce, incanta. La misticità è ovunque, eterna e continua.

Ci sistemiamo bene nella nostra stanzetta mentre il freddo comincia ad essere pungente. Calata la notte, nel buio più totale, andrò a dormire con una maglietta, un maglioncino, due felpe e due gigantesche trapunte tibetane.
Decidiamo di cenare presto, dormire qualche ora e andare alle terme (anche queste sacre) alle 3 di notte! Un po’ riluttanti, accettiamo la proposta. Anche la cena è comica: dalla finestra senza tende, ogni tanto appare un viso sorridente che ci osserva incuriosito. Dashidelek!
Scaldiamo i nostri spaghetti istantanei e lo Yak ci aggiunge delle verdure preparate dalla moglie. Due chiacchiere, una passeggiata, due perle di saggezza da parte mia (“PREFERISCO DORMIRE SULLE NOSTRE COSE SPORCHE (maglietta sporca usata come federa del cuscino) CHE SULLE LORO PULITE” e “STARNUTISCI PURE PER TERRA CHE COSI’ FORSE SI PULISCE IL PAVIMENTO!” e ci mettiamo a letto. Penso di non essere mai andata a dormire alle 9.


Nel bel mezzo della notte (in realtà saranno state le 10.30) veniamo svegliati da un poliziotto urlante. WTF. Si alza lo Yak mentre G. rimane rintanato a letto a suggerire cosa dire. Forse perché il suo accento suggerisce il suo passato e preferisce non farsi sentire? Non lo so, so solo che il poliziotto non la smette di urlare e la cosa ci spaventa un po’… anche il questo caso, il motivo è la registrazione della nostra presenza. Requisisce la patente dello Yak per prevenire la nostra “fuga”. Ci rimettiamo a dormire.
Alle 3 suona la sveglia. L’unico pensiero che ci passa per la testa è “questi sono matti”. L’idea di mettere la testa fuori dalle coperte, uscire nel buio più totale delle montagne tibetane per buttarci in una pozzanghera di acqua a 40° (che in altitudine decisamente non fa bene se non si è acclimatati) completamente nudi e ritornare in stanza ancora bagnati.. non dico che sentimenti ci ispira. I due vanno avanti. Noi decidiamo di provarci. Marchetto sta peggio della notte precedente, cerchiamo di convincerlo del fatto che l’acqua calda è tutt’altro che una buona idea, ma insiste. Recuperiamo le torce e facciamo qualche metro fuori dalla porta. Non si vede a un palmo dal naso. E fa freddo! Tanto freddo! Pochi metri.. e decidiamo che la pipì è l’unica cosa che faremo quella notte! Ci adeguiamo alle abitudini locali e la facciamo lì dove ci troviamo. L’idea delle terme è accantonata definitivamente.

Torniamo in stanza e non ci mettiamo molto a riaddormentarci.

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