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martedì 16 aprile 2013

Goodbye Tibet


Ci svegliamo con la luce del mattino che entra dalla finestra sena tende. Siamo stati a letto 12 ore! (esclusa la piccola parentesi hot spring)
Yake e G. non sembrano ancora molto reattivi. Al suono della sveglia si rintanano sotto le coperte come bambini: “ancora 5 minuti!”.
Colazione, passeggiata fino alla fontana per darsi una risciacquata, e andiamo a visitare il piccolo monastero delle monache.
Anche qui stanza dopo stanza, ci immaginiamo le possibili abilità di ogni protettore e la difficoltà o i privilegi associati ad ognuna delle 5 sette buddiste. Si si, sarà proprio un bel gioco.
Mentre i nostri bodyguards ci registrano alla stazione di polizia, vagabondiamo un po’ per il villaggio e scambio due chiacchiere con un gruppetto di uomini intenti a guardare i lavori in corso (tutto il mondo è paese). Esaltati dalle mie poche parole di cinese, cercano di esprimersi in una lingua più comprensibile possibile, ma non gli riesce molto bene.
Recuperiamo le nostre cose pronti a ripartire. Il mio acclimatamento non è ancora tale da farmi fare la salitaccia del villaggio con i 13kg del mio zaino in spalla e così mi aiuta G. Ciononostante sono costretta a fare numerose pause durante il tragitto. Poco male: il panorama offre numerosi scatti!



 Ci rimettiamo in moto verso la “civiltà” e dopo non molto arriviamo in un villaggetto lungo la strada. Ci fermiamo per chiedere a un uomo se è possibile entrare in casa sua. Previo compenso, accetta.
Anche qui quello che impariamo non è poco. Attraversata la bellissima porta d’ingresso, lo scenario cambia: stupenda facciata, interno poverissimo. Scopriamo che il governo cinese fornisce dei fondi a ogni famiglia per rendere bella la facciata della casa che da sulla strada: in questo modo al viaggiatore di passaggio, arriva l’immagine di un bel villaggetto di campagna, carino e ordinato. Ma i fondi bastano, per l’appunto, solo per la facciata. L’interno è a carico del proprietario. E questo rispecchia le reali condizioni di vita.
Come in molte situazioni di campagna, il cortile è murato per potervi contenere gli animali. Yak e maiali girano per il cortile. Cacche di yak sono spiattellate sul muro a seccare, per poi essere usate per il accendere il fuoco della stufa. Ogni cosa ha la sua utilità. Un bambino (probabilmente il più sporco che abbia mai visto) ci osserva diffidente, segna accennare a un sorriso e spesso e volentieri nascondendosi dietro le gambe del papà. La moglie è in ospedale: sta per avere un bambino.
Entriamo nell’unica stanza della casa: divani attorno alla stufa, che la sera verranno trasformati in letto. Al muro una foto di Mao. È obbligatoria nelle case tibetane, così come la bandiera cinese sul tetto. In realtà nell’abitazione c’è un’altra stanza, accuratamente nascosta: la stanza per la preghiera, un piccolo tempio privato, costellato di foto del Dalai Lama. Solo la nostra occidentalità ci permette di accedervi. Se la polizia lo venisse a sapere, sarebbero guai per il povero contadino.


Ripartiamo, pronti per un’altra tappa: gli yak! Fermiamo l’auto vicino a u gruppetto di animali sonnacchiosi: G. e Yak vogliono farceli vedere da vicino.
Avanziamo con una certa cautela: non vogliamo far innervosire i bestioni. Anche le nostre guide camminano lentamente… molto lentamente… per poi cominciare a correre urlando e lanciarci letteralmente contro il branco spaventato! MALEDETTI! Fate bene a ridervela da lontano… aspettate di capitarci a tiro!!!
Tempestiamo di foto questi animali stupendi adornati da trecce e nastri rossi e poi riprendiamo il nostro cammino – costellato di buche – per Lhasa.


Un paio d’ore e di controlli militari più tardi arriviamo in hotel. Proponiamo a G. e Yak di bere qualcosa insieme la sera, per salutarci, ma la moglia di Yak è categorica: “a casa!”. Società matriarcale, dicevano…

Facciamo l’ultima passeggiata, compriamo gli ultimi souvenir, mangiamo l’ultimo piatto a base di carne di yak e ce ne andiamo a dormire.
Buonanotte Tibet. Mi mancherai.

domenica 14 aprile 2013

5000m sopra il cielo


Mi sveglio e sto finalmente bene. Ciononostante, Diamox e Rhodiola accompagnano la mia colazione.
Scendiamo nella hall e G. ci aspetta sorridente come sempre con Yak (suo amico d'infanzia e nostro autista) al fianco.
"How are you today?"
"Finally fine thanks. But how high are we going to go?"
"Not much, don't you worry. ALMOST 4000"
Faccia perplessa con tanto di sopracciglio alzato.. Vabbeh, montiamo in macchina. 

Man mano che ci allontaniamo da Lhasa le case cominciano a sparire e la strada a salire. La testa comincia a farsi pesante: ALMOST 4000 un paio di...
Dopo un paio di pipì-stop "in the nature" (decisamente meglio dei nani pubblici tibetani) ci fermiamo in un punto panoramico. 
"Walk very slowly!" -.- maledetto G. "How high?" "Better not to know!" Eccheccazzo. 
Come il primo uomo sulla luna ci avviamo verso il precipizio, che decorato di bandiere colorate offre una visione fantastica sulla vallata. Il vento soffia prepotente. Di nuovo mi viene da pensare "ALMOST 4000 un paio di ...", ma mi godo lo spettacolo. 
Il terreno è punteggiato di mucchietti di sassi piatti.. Inizialmente pensiamo siano come i nostri occidentali: formati dai passanti che aggiungono sempre più pietre ai mucchietti già esistenti per indicare che sono passati di li. La spiegazione di G. invece è molto più affascinante: lo spirito del defunto deve vagare per il pianeta prima di potersi reincarnare nella prossima vita. È così capita che questo possa trovare intemperie lungo il suo cammino, come pioggia, neve, vento.. Le piccole costruzione sono quindi riparo per questi spiriti che cercano la loro strada. Lo trovo bellissimo. 


Proseguiamo con la salita fino ad arrivare al passo Kampala.. Dove finalmente G. ci svela l'altezza reale: 4794m! Scendiamo dall'auto e ci accoglie un vento gelido e fortissimo. All'orizzonte il sacro Nyenchen Khangsar, alto 7162m. La montagna più alta che abbia mai visto. Il vento è così forte da alzare le nevi che lo ricoprono, fornendo uno scenario quasi magico. G. e lo Yak ci porgono delle bibite.. Rhodiola in lattina! Sti cazzi! Ci doliamo per bene e passeggiamo sul tetto del mondo. Il terreno è arido, sassoso, polveroso. Ma qualche centinaia di metri più in basso c'è lo spettacolo del lago Yamdrok. Un verde acqua intenso che riflette i colori del cielo, increspato dalle correnti che si infilano tra le alte cime. Una mandria di yak vi si abbevera in lontananza. Di nuovo siamo circondati da bandiere colorate e il fragore del vento che lo attraversa e fortissimo, quasi inebriante. Mi lascio colpire in faccia dal vento a braccia aperte, assaporando il momento. Il mondo è mio!


Una miriade di foto più tardi scendiamo lungo le sponde del lago. La prima cosa che ci viene in mente è che da noi un lago del genere sarebbe ricolmò di surfisti! Il vento è veramente forte. Ancora qualche foto baciati dal sole e ritorniamo a Lhasa, dove ci aspetta il tempio Jokhang. 

Altro check in, altro controllo accendini, e possiamo entrare. La domenica è riservato ai turisti, quindi non ci sono monaci all'interno (il monastero è sprovvisto di alloggi, quindi i monaci vi si recano solo per svolgere le funzioni religiose). Passiamo da una sala all'altra, da una statua a un dipinto e l'idea più blasfema che potesse venirci in mente fa capolino nella testa di Andrea: un gioco di ruolo, con tanto di statuine da colorare, basato sui Buddha e protettori sarebbe fantastico! Stanza dopo stanza le regole del gioco si fanno chiare nella nostra testa. Ovviamente il gioco verrà rilasciato per la prima volta nel nostro locale!

Finita la visita salutiamo G. e facciamo un alto giretto per la città. Andiamo a vedere un monastero distrutto, posto al centro di una serie di case costruite tutto intorno. Subito ci viene incontro una folla di bambini che vogliono giocare con noi è farsi fotografare. Il mio obiettivo ovviamente è sempre pronto per una richiesta del genere. 


Breve sosta in hotel e poi a cena. Non vorrei essere volgare, ma la carne di Yak mi ha (già) veramente rotto... Capisco la loro filosofia: uccidere un animale più piccolo, che sfamerebbe una sola persona, sarebbe sacrilego: bisognerebbe ripagare la vita di questo animale. Uno yak invece sfama moltissime persone, quindi è concesso. 
E vabbeh.. Buonanotte spiriti degli yak. 

sabato 13 aprile 2013

Lhasa



Mi sveglio con la testa un po' pesante ma in condizioni migliori rispetto al giorno prima. Affronto la scalata fino alla sala della colazione (5 piani di scale a 3600m non sono uno scherzo!) ma la vista dalla terrazza è semplicemente mozzafiato: tutto intorno i tetti di Lhasa, montagne e lì, che svetta sulla destra, il Potala in tutta la sua magnificenza.


La colazione è abbondante e internazionale, ma il mio stomaco ancora non se la sente di osare. Mi limito quindi a tè e biscotti (di pastafrolla, semplici semplici come quelli che si imparano a fare da bambini). 
Visto il leggero ritardo ci raggiunge la nostra guida, G. (Vista la situazione preferisco non fare nomi e tralasciare la sua storia personale, nonostante possa assicurarvi essere veramente fantastica) e faccio la sua conoscenza (gli altri l'hanno già incontrato il pomeriggio precedente per concordare e confermare l'itinerario). 
Mi piace. Ha una faccia allegra, intelligente, sorride sempre e si vede che ne ha passate parecchie. Siamo stati veramente fortunati ad averlo come guida del nostro viaggio. 

Scendiamo e ci incamminiamo verso il Potala, ex residenza del Dalai Lama, ora in esilio in India.
Anche qui è inutile dilungarsi in apprezzamenti e aggettivi. La parola "straordinario" racchiude tutto. È immenso, maestoso, potente. Una fortezza di pace in mezzo all'alto piano tibetano. 
G. ci accompagna tra il labirinto di stanze (più di mille) che lo costituisce, incantandoci con le sue descrizioni. Un tripudio di colori, bandiere, sutra e statue non fotografabili che si susseguono incessantemente durante tutta la visita. Colpisce il fatto che il palazzo sia però malinconicamente vuoto. Dall'invasione cinese del 1950 ai monaci non è più permesso soggiornarvi e svolgervi funzioni. Per quello c'è il Jokhang, ora il monastero più importante della città. 


Il mal di testa ricomincia a martellarmi. Scendiamo sotto il sole delle 2 (se Lhasa è a 3600m, il tetto del Potala sarà a 3700!) e G. mi accompagna a prendere una medicina tibetana, un'era chiamata Rhodiola che serve a combattere il mal di montagna. Seguo gli altri a pranzo ma il mal di testa e la nausea mi impediscono di toccare cibo. Nonostante il Diamox e la fialetta cinese sto ancora malissimo. Torno in albergo e vomito di nuovo.. Mi rimetto sotto le coperte con un mal di testa talmente battente da non riuscire nemmeno a preoccuparmi. 
Quando gli altri tornano scriviamo un messaggio a G. chiedendogli se eventualmente fosse possibile cambiare l'itinerario viste le mie condizioni (il giorno dopo è prevista una salita a 5000m!). 
Dopo 20 minuti si presenta in camera con tre bombolette di ossigeno e mi esorta a usare subito una.
Sto un po' meglio, quindi decido di seguire gli altri per cena per prendere un po' di aria fresca. 


L'ossigeno, la Rhodiola e il Diamox cominciano a fare effetto, ma preferisco comunque non mangiare molto. Mi accontentò di qualche cracker comprato al supermercato. Torno in camera, mi faccio una doccia veloce per non peggiorare la situazione con l'acqua calda, mi butto a letto e ripiombo nel sonno. 

venerdì 12 aprile 2013

Tibet, here we come


Ore 5.15, sveglia!!! Stampiamo i biglietti, facciamo colazione e ci avviamo al check in. Dopo aver consegnato i bagagli, fermano Andrea e cominciano a parlarti in cinese.. Mi avvicinano e ci dicono che deve andare al desk per un controllo.. e mi consentono di accompagnarmi come interprete. Gli fanno aprire la valigia e cosa c'è che non va? L'hard disk e la pila elettrica! ..senza neanche commentare torniamo da Marchetto e ci prepariamo all'imbarco, questa volta in perfetto orario. 

Air China ci offre la colazione.. Che culo! Amo il cibo cinese, ma la colazione non la posso proprio vedere! Nemmeno apro la mia porzione di zuppetta di riso.. Ho la nausea solo a pensarci. Cercò di dormire un po', per compensare le notti precedenti, ma dopo circa un'ora cominciano a sorvolare le montagne Tibetane e lo spettacolo mi tiene incollata al finestrino.. La terra è così vicina, come non l'avevo mai vista prima da un aereo ancora in quota. 




Atterriamo in una pianura (3600m) tra cime che sembrano basse ma che in realtà vanno dai 4000 ai 5000 metri. Il famoso altopiano tibetano.. Uno spettacolo. Il cielo è di un azzurro intensissimo e la luce costringe a mettere subito gli occhiali da sole. 
Già nel minuscolo aeroporto si nota la presenza militare.. Ci controllano documenti e visti prima di lasciarci uscire. Fuori vediamo finalmente VALERIA ABATE scritto in grande su un figlio di carta.. Il mio primo cartello in aeroporto! L'uomo che ci accoglie ci mette al collo tre sciarpe bianche di benvenuto e buon augurio e ci spiega che non sarà lui la nostra guida, ma il fratello. Non è potuto venire a prenderci lui perché è il suo compleanno e in Tibet e rito che chi compie gli anni non festeggi ma vada a pregare nei monasteri. 

Nel tragitto verso l'hotel, prima ancora di entrare in città, lo vedo: il Potala, la fortezza del buddismo tibetano. Imponente, solitario che sovrasta la città con i suoi colori bianco, rosso e oro luccicante. Un'oasi nel deserto. Rimango incantata. 
Poco dopo raggiungiamo l'hotel e la guida ci saluta consigliandoci di riposarci e dare tempo ai nostri organismi di acclimatarsi. 
Un hotel 3 stelle dopo nove giorni di accampamento negli ostelli più disparati non ci sembra vero! Spazi un po' ristretti, visto che nella nostra doppia viene aggiunto un letto (un materasso buttato per terra), ma molto accoglienti. 
La mancanza di ossigeno si sente, soprattutto nel fare le scale. Due rampe e abbiamo il fiatone è il cuore che batte a mille. 
Un breve riposino e decidiamo di andare a fare un giro in città per il pranzo. Mangiamo in un posto un po' turistico ma va bene lo stesso. Rifocillati, andiamo a vedere il Potala. Non saprei dire se risulta più imponente da vicino o da lontano.. Sono due visioni diverse, non paragonabili.


Nell'entrata nella piazza passiamo attraverso un check point con tanto di metal detector e mi vengono subito in mente le parole della nostra guida temporanea: "se non volete problemi, non fotografate i militari". Facile a dirsi, più difficile a farsi.. Sono ovunque! La città ne è letteralmente tappezzata, plotoni e posti di blocco si alternano senza fine. Altra cosa: impossibile portare accendini in determinate zone. La paura che qualcuno possa protestare contro il governo cinese da dosi fuoco è altissima. Addirittura, impressionante, all'interno dei plotoni alcuni soldati portano un fucile, altri un manganello.. E altri ancora un ESTINTORE. Davanti a una cosa del genere si rimane letteralmente senza parole. 
Mentre giriamo per le strade di Lhasa cominciò ad accusare i primi sintomi del mal di montagna: nausea e mal di testa aumentano gradualmente. Resisto un po' e poi decido di tornare in albergo. La nausea aumenta e finisco col vomitare.. Prendo un moment e mi butto a letto, letteralmente distrutta. Non esco neanche per cena, non appena mi alzo mi tornano nausea e vertigini. Quantomeno l'ibuprofene sembra tenere a vada il mal di testa. Dicono che sia un buon segno. 
Mi addormento confusa e dolorante. 

Altra nota: la guida ha sconsigliato di fare la doccia il primo giorno, in quanto l'acqua calda avrebbe aumentato i sintomi dell'AMS (acute mountain sickness). Sono quindi tre giorni che sogniamo una doccia calda. 

giovedì 11 aprile 2013

i panda: i buffoni delle foreste (di bambù)


Poche ore di sonno e ci scegliamo per andare in agenzia a ritirare i documenti per il Tibet. Fortunatamente Andrea sta molto meglio. 
Nuovo indirizzo, nuovo taxi. Il nome sul mio foglietto non corrisponde a quello della strada in cui ci lascia il tassista, ma tutti insistono nel dire ZAI ZHER (è qui)! Sarà..
Chiediamo e richiediamo e finalmente la commessa di un negozio riesce ad aiutarci: controlla su internet e mi indica la strada. Finalmente siamo sulla strada giusta, ma anche trovare il civico giusto non è un'impresa semplice. Finalmente arriviamo in un complesso di edifici simili a quello della Marta non vero labirinto. Non appena mettiamo piede nel building, la donna alla reception mi dice "nono piano"! WTF? La guardo un po' perplessa e mi chiede "Windhorse agency, giusto?!" "DUI.. (Giusto)". WTF?! Saliamo l'ascensore un po' inquietati. Arriviamo al piano e subito un uomo ci indica una direzione.. Ma che diavolo?!?! In realtà una volta entrati nell'agenzia, la spiegazione si palesa: ci apre la porta un occidentale.. Dove altro potevano voler andare tre laowai, se non li?!?!
Sorpresa sorpresa: Murphy (il nostro contatto con l'agenzia) è una donna. Una cinese che fortunatamente parla perfettamente inglese. Harley invece è un personaggio: un americano che da anni gira letteralmente il mondo per associazioni di volontariato. Ci intrattiene mentre Murphy completa gli ultimi documenti. Parla a raffica, ci mostra orgoglioso la foto della figlioletta e mi introduce al mondo del couch surfing. Già lo adoro. 


Prima di andare via ci regalano tre piccoli panda di peluches. Stupendiiiii!
La gentilezza di Harley ci accompagna fino a pranzo, ci porta in uno dei suoi baracchino preferiti dove prima di andare ci ordina spaghetti e ravioli in brodo. Ottimi! Vado a pagare e il LAOBAN intavola subito una conversazione di benvenuto, invitando i a provare il cibo del Sichuan e deridendomi quando gli dico che ne potei morire (il Sichuan, la regione di Chengdu, vanta la cucina più piccante del Paese). Conclude con CHENGDU HUANYING NIMEN (Chengdu vi da il benvenuto). Vado via col sorriso.altro taxi altra corsa, diretti al centro di ricerca dei Panda giganti!

Pochi metri nel parco e avvistiamo i primi due panda: impossibile descriverne a parole l'Indonesia di puro svacco che ostentano senza pudore! Passiamo minuti infiniti a ridere di ogni loro goffa mossa.  Ma il vero divertimento doveva ancora cominciare: ancora qualche metro e raggiungiamo il secondo gruppo: sei panda letteralmente ammassati l'uno sull'altro. Impossibile non pensare allo storico "VICINI VICINI" di Striscia la Notizia. Ne avrebbero fatto una telecronaca fantastica. La parola BUFFO non descrive appieno lo spettacolo: che chi sgranocchia bambù come fosse disteso in divano a guardare la partita, chi cerca di dormire e ho invece gli va a rompere le palle perché ha voglia di giocare. Mi servirebbero ore per descrivere quanto questi animali siamo divertenti e coccolosi! Comunque ci pare di capire che nel branco ci sia una mamma: a un certo punto si accovacciamo tutti intorno a lei/lui è questa letteralmente li abbraccia, come un capo mafioso con i suoi picciotti. Le risate esplodono, impossibile trattenerle. Il culmine però lo si raggiunge quando questa decide di scendere dalla piattaforma su cui stava e gli altri la seguono a ruota, grommo ammassati per non rotolare letteralmente l'uno sull'altro, giù dal gradino. Pazzesco. 


Poco più avanti troviamo il recinto dei cuccioli. Altre lacrime da risate: dormono sugli alberi appoggiati a peso morto sui rami come fossero panni stesi ad asciugare. Fantastici. 


Sono le 6, ora di chiusura.. A malincuore abbandoniamo i nostri nuovi animali preferiti, degni di un reality show. Se esistesse, io lo guarderei! 

Usciamo dal centro di ricerca e ci attende la desolazione più totale. Mmmmh. Dall'altra parte della strada qualcuno aspetta un autobus che sembra andare nella direzione da cui siamo venuti. Ma quando arriva e gli chiedo se va a  Chengdu si agita e mi dice "dall'altra parte, dall'altra parte!".. Ma come?! Troviamo la fermata "dall'altra parte" e chiediamo informazioni a dei ragazzi.. Ma non sanno niente. Eccheccazzo.. Optiamo per un taxi abusivo che punta di nuovo "dall'altra parte".. La mini abusiva è più cauta dei taxi e ci porta senza troppi rischi in quella che secondo la cartina, dovrebbe essere la piazza centrale della città. Ma TROUBLE HE WILL FIND YOU, NO METTER WHERE YOU GO: proprio mentre ci fermiamo, ci affiancano dei poliziotti. Il ragazzi fa seno di mettere via velocemente i soldi e ubbidiamo, pronti a fingere di essere semplicemente suoi amici. Per fortuna non ci seguono e ci fa scendere pochi metri più avanti. 

La piazza è bellissima.. Ma intono sembra tutto vuoto, non c'è la folla che si trova a Shanghai o anche solo a Nanchino. La città è anonima, un agglomerato di edifici senz'anima. Bassa, vista l'immensità del territorio, ma comunque tutta uguale, un palazzo dopo l'altro, grigio come il colore del cielo. Mi sento spaesata. Questo posto non mi piace proprio e la gente è strana. Chiediamo a svariate persone dove possiamo trovare un CHINA MOBILE ma sembra una parola a loro sconosciuta, mi guardano come se gli chiedessi come arrivare alla luna. Ci rinunciamo.. Cerchiamo invece un posto dove mangiare. Optiamo per il Mc Donald's. Le bettole del Sichuan, in cui non sembrano capire in mio cinese, possono rivelarsi piccantemente pericolose. Ma anche questa scelta non è facile come sembra: in questa città non sono proprio capaci di costruire e di assegnare un indirizzò chiaro. L'insegna è sopra di noi, ma non siamo in grado di trovarlo. Giriamo e rigiriamo intorno al palazzo e alla fine proviamo a salire le scale di un centro commerciale.. Solo al primo piano troviamo le indicazione per il Mc Donald's. Finalmente un po' di familiarità. Anche se nemmeno qui mi capiscono. E si che non ho fatto altro che indicare una figura su un menù! Comincio a irritarmi.. Non vedo l'ora di lasciare questo posto. 

Nel frattempo decidiamo di non andare all'altro ostello ma di passare la notte in aeroporto, visto che avendo l'aereo alle 7.30 ci saremmo dovuti svegliare alle 4.30. 
Andiamo a recuperare i bagagli e ci fermiamo all'internet point di fronte per fare un po' di passaggio foto. Nella "hall" dell'ostello (ricordo che i propri dispositivi sono l'unico modo per usare il VPN) ci mettiamo a chiacchierare con due ragazzi e passiamo così un po' di tempo. 
Mentre stiamo per andare via, bagagli in spalla, un ragazzo a metà tra il ramarro e il rocker cinese anni '80 mi chiede dove andiamo a quell'ora. Gli dico che andiamo a dormire in aeroporto e rimane un po' sorpreso.. Poi a bassa voce mi dice che se vogliamo in camera loro c'è posto.. Lo ringrazio ma declino, spiegando gli che comunque ci saremmo dovuti svegliare molto presto, non volevo disturbare ecc ecc. Ovviamente gli altri bypassano la gentilezza del ragazzo e mi prendono per il culo per la proposta losca.. Aaaaah, sti waiguoren!

In aeroporto, ci appropriamo di un gruppo di sedie e ci accampiamo per la notte. Il problema non è stato il comfort dei sedili, molto più morbidi del letto dell'ostello, ma il freddo: i maledetti hanno aperto le porte alle 3.30 (ora in cui l'aeroporto ha letteralmente preso vita)!